La medicina di genere: tanto si è fatto ma tanto è ancora da fare

La Medicina di Genere nasce agli inizi degli anni Novanta proprio in campo cardiovascolare. Un editoriale intitolato “Yentl syndrome”, pubblicato sulla prestigiosa rivista di New England Journal of Medicine a cura di Bernardine Hayle, allora appena diventata direttrice del “National Health Institute” di Bethesda, negli Stati Uniti, commentava due studi in pubblicazione sulla stessa rivista che evidenziavano come le donne venissero meno trattate e curate degli uomini: erano sottoposte molto meno dei maschi a procedure diagnostiche e terapeutiche tipo coronarografie, trombolisi, stent coronarici. Healy si chiedeva se le donne dovessero vestirsi da uomo per essere curate, visto che la ricerca e la medicina stavano discriminando e penalizzando le donne, proprio come la storia di Yentl, l’eroina del racconto di B. Singer, che dovette rasarsi il capo e vestirsi da uomo per poter entrare nella scuola ebraica e studiare il Talmud, testo sacro ebraico. La Hayle chiudeva il suo editoriale sperando che l’istituto da lei diretto ponesse maggiore attenzione alla salute delle donne, non solo per la popolazione femminile in sé ma soprattutto per il bene della popolazione americana.

Sebbene ci sia ancora molto da fare e da studiare, si è sicuramente creata una maggiore attenzione alla medicina di genere tant’è che anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 1998 ha voluto puntualizzare la sua definizione: in ambito sanitario esistono da una parte delle differenze legate al sesso, dovute alle caratteristiche biologiche delle persone (maschio e femmina per intenderci) e dall’altra vi sono differenze legate al genere propriamente detto, associate a fattori socioeconomici e culturali, che influenzano lo stato di salute e di malattia di ogni persona. Il sesso e il genere sono variabili fondamentali che devono essere studiate e comprese per interpretare al meglio i risultati degli studi clinici e per poter darne applicazione in campo medico.

Nonostante questa maggiore attenzione, fino a qualche anno fa le donne erano meno rappresentate nei trial clinici (in media meno del 30% della popolazione di un trial era composto da donne) e nelle linee guida cardiologiche (che rappresentano le indicazioni che i cardiologi tendono a seguire nella pratica clinica) solo nelle ultime edizioni vi è un’appropriata definizione tra sesso e genere, ma non vi sono chiare distinzioni di comportamento fra i diversi sessi: i diversi trattamenti per esempio non sono divisi tra maschio e femmina. E’ noto che uomini e donne rispondono diversamente ai farmaci, o perché gli stessi vengono assorbiti ed eliminati in modo diverso o perché ci sono differenze nella distribuzione e concentrazione ematica farmacologica. Infatti, le donne hanno concentrazioni di farmaco nel sangue più alte e ciò si riflette in un maggior rischio di reazioni avverse, con conseguente maggiore probabilità di essere ricoverate in ospedale in seguito a queste reazioni.
In Italia il ministro della Salute ha approvato formalmente nel giugno 2019 il Piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere sul territorio nazionale firmando il decreto attuativo relativo alla Legge 3/2018. E’ stato quindi creato il Centro per la Medicina di Genere con lo scopo di attivare una rete italiana con l’obiettivo di sviluppare la ricerca scientifica, di promuovere la formazione di medici e operatori sanitari e l’informazione della popolazione.

All’interno delle Aziende a livello locale e nazionale vi sono dei servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie, realizzando percorsi ottimizzati per il genere femminile, noto come Bollino Rosa, sottolineando la maggiore sensibilità verso la medicina di genere.
E le differenze di sesso si vedono anche a livello dei ruoli professionali rivestiti: pur essendo ormai assodato che la medicina è “donna”, sono ancora poche le donne medico che hanno incarichi apicali ed anche a livello internazionale esiste una disparità nei membri della commissione dei vari gruppi che redigono le linee guida.

Quindi uomini e donne sono diversi sia da un punto di vista biologico che da un punto di vista di genere: studiare e riconoscere le differenze tra i sessi e i generi è solo il primo passo per garantire equità e appropriatezza della cura.