L’esercizio fisico: una terapia fondamentale nell’arteriopatia periferica

Molte persone con arteriopatia periferica sanno bene cosa significa dover interrompere una passeggiata perché le gambe cominciano a fare male e irrigidirsi, ed è quindi necessario fermarsi, e aspettare che passi, per poter poi riprendere la camminata. È un circolo vizioso, che spesso porta a muoversi sempre meno e la riduzione d’attività fisica peggiora la situazione.

Eppure proprio camminare – o meglio fare esercizio fisico strutturato – è non solo utile, ma è una delle terapie più efficaci per chi soffre di claudicatio intermittens, la manifestazione tipica della malattia arteriosa degli arti inferiori.
L’idea che il movimento possa essere una “terapia” non è nuova, ma negli ultimi anni gli studi hanno confermato quanto possa fare la differenza, spesso pari o migliore di alcuni trattamenti, se ben eseguito. Le principali linee guida internazionali raccomandano un programma di esercizio supervisionato come prima opzione nel trattamento dell’arteriopatia periferica.

Quando si parte con un buon programma di cammino, anche solo dopo quattro-sei settimane si cominciano a notare i primi benefici: si riesce a camminare più a lungo prima che compaia il dolore e la distanza totale percorsa aumenta. Con la costanza, dopo tre-sei mesi, molti pazienti riescono a raddoppiare o addirittura triplicare la distanza percorribile senza dolore, migliorando sensibilmente la qualità della vita.

Come deve essere questo esercizio per essere davvero terapeutico? Serve che sia strutturato: non basta camminare un po’ quando si può, ma si imposta un programma specifico. Idealmente, le sessioni devono durare 30-60 minuti, per almeno tre volte alla settimana, e protrarsi per almeno 12 settimane. Durante ogni sessione si cammina fino al comparire di dolore moderato, o anche forte, poi ci si ferma finché il dolore cala e si riprende. Ci sono studi che dimostrano che questo schema “cammino-riposo-cammino” è più efficace rispetto al semplice muoversi in modo discontinuo o saltuario.

Chi non può accedere a un programma supervisionato non è escluso: esistono versioni domiciliari o comunitarie, con obiettivi chiari e feedback regolari, che hanno anch’esse dimostrato benefici, anche se generalmente inferiori rispetto alla supervisione diretta. I meccanismi attraverso cui l’esercizio fa bene sono vari: miglioramento della circolazione collaterale (i piccoli vasi che compensano le grandi arterie ostruite), migliore uso dell’ossigeno da parte dei muscoli, meno infiammazione, un effetto positivo su pressione arteriosa, lipidi, glicemia. In sostanza, l’esercizio agisce sia localmente (nella gamba) che sistemicamente, e questo è uno dei motivi per cui conduce a miglioramenti anche rilevanti nei rischi cardiovascolari globali.

È chiaro che l’esercizio da solo non è sempre sufficiente: serve inserirlo in un approccio più ampio che include modifiche dello stile di vita e terapia farmacologica. Il fumo di sigaretta rappresenta uno dei principali fattori di rischio e di progressione dell’arteriopatia periferica, pertanto la sua abolizione è fondamentale; se non si riesce a “smettere da soli”, i centri di disassuefazione possono fornire un valido aiuto. È importante una dieta bilanciata, senza eccessi, per ottenere o mantenere un buon controllo del peso, ridurre il rischio di diabete, migliorare il controllo del colesterolo LDL e della pressione arteriosa, con un adeguato apporto di grassi e sale. A livello farmacologico, le linee guida consigliano fortemente le statine per ridurre il colesterolo LDL, la terapia antipertensiva, per controllare meglio la pressione e ridurre eventi cardiovascolari, la terapia antiaggregante, per mantenere la pervietà delle arterie ostruite. Per chi ha rischio ischemico agli arti più elevato, recenti linee guida suggeriscono anche l’uso combinato di farmaco anticoagulante e antiaggregante (ad esempio piccole dosi di rivaroxaban + aspirina), se il rischio di sanguinamento lo permette.

In pratica, per un paziente con arteriopatia periferica il consiglio è: parlare con il proprio medico per mettere a punto un programma di cammino che sia adatto, iniziare gradualmente ma con costanza, monitorare i progressi, e non dimenticare che i farmaci servono a proteggere il cuore, il cervello e le arterie, mentre il movimento serve a far funzionare meglio le gambe ogni giorno.
Se riesci a camminare qualche centinaio di metri, anche se con fatica, inizia da lì. Aggiungi qualche passo in più ogni settimana. Prova a fissare degli orari, un compagno di cammino, o una traccia di marcia se puoi. Anche piccole vittorie quotidiane contano: più mobilità, meno dolore, più autonomia. Alla fine, ogni passo in più è parte della terapia.